XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Il Maestro divino, con la suggestiva parabola del seminatore raccontata dal Vangelo odierno, ci presenta il dramma della redenzione dell’uomo, come un mistero dove si intrecciano la grazia divina e la corrispondenza umana. Colpisce profondamente l’abbondanza generosa con cui il Salvatore distribuisce il seme della verità; da ciò si evince che nessun uomo viene escluso dalla grazia della salvezza. Il Signore non tiene conto se il terreno è buono o sfavorevole, se è adatto o meno alla seminagione, se è un terreno pieno di sassi o di spine. Egli non nega il seme della grazia neppure alle anime indurite nei peccati, né a quelle immerse negli affari di questo mondo o superficiali e distratte. L’amore misericordioso del Signore offre a tutti la salvezza e spera, fino all’ultimo istante, che anche il cuore più indurito e pieno di peccati possa trasformarsi in terreno fertile e produttivo.
Proponendo la parabola del seminatore, Gesù intende insegnare che l’efficacia della parola di Dio dipende dal modo con cui la si accoglie. Quale tremenda responsabilità per coloro che la rifiutano e la rendono inefficace per la propria anima. Nella parabola, Gesù parla di quattro tipi di terreno dove cade il seme della Parola di Dio: “Un parte del seme cadde sulla strada” (Mt 13,4). La strada è un terreno duro e arido dove nessun seme può germogliare e rappresenta la categoria di persone che hanno perso la fede. Oggi, purtroppo, viviamo in un’epoca in cui molti, giovani e adulti, non credono più in Dio, il loro cuore è chiuso alla grazia, per cui non si interrogano più sul senso della vita. “Un’altra parte cadde in luogo sassoso” (ivi, 5). Questo è il terreno delle anime superficiali. Hanno buone intenzioni, ricevono la grazia anche con gioia, però, al momento delle difficoltà, si scoraggiano, non perseverano, e così non danno frutto. “Un’altra parte cadde sulle spine” (ivi, 7). Il terreno con i rovi e le spine può essere rappresentato da coloro che hanno una eccessiva preoccupazione per il benessere, per i beni del mondo e le comodità della vita, cose che soffocano e non lasciano più il tempo per le realtà essenziali. C’è veramente da riflettere e pregare perché la grazia di Dio preservi i nostri cuori da simili rovine.
Finalmente, “un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto” (ivi, 8). Si diventa terra buona e fertile, quando si ha una grande fede per disporsi ad ascoltare il Signore, quando si è umili e docili per accoglierlo, e si sottomette la propria volontà a quella di Dio. Il modello più sublime di questo terreno fecondo è
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