Mutango

Saturday, December 12, 2009

GIOITE


La terza Domenica di Avvento C è tradizionalmente chiamata con un nome latino: “Domenica gaudete”. Potremmo tradurre questa espressione con Domenica del “Gioite!”.
Il motivo di questo titolo Domenica del “gioite!” lo troviamo nelle letture che sono state proclamate.
Nella prima c’ è un invito esplicito: “Gioisci, figlia di Sion!”.
Nel salmo responsoriale il concetto viene ripreso e amplificato: “Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion!”.
Nella seconda lettura San Paolo ripete la stessa cosa: “Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto ancora, rallegratevi!”.
Nel Vangelo torna il concetto e si parla dell’annunzio di una “buona notizia”: le buone notizie, di solito, suscitano gioia, fanno rallegrare la gente.

Nel Messale Romano è riportata una nota speciale, che ricorda ai sacerdoti come, in questo giorno, posso indossare i paramenti di colore rosaceo. È come se il colore dell’Avvento, il viola, lasciasse per una Domenica il posto ad un altro, più attenuato, più allegro.
Potremmo dire, quindi, che oggi il tema della liturgia è senz’altro la gioia: tutto ci parla di gioia, di allegria, di speranza.
Ma quali sono motivi per cui dovremmo essere contenti e pieni di allegria?
Il primo motivo ci viene detto con chiarezza dal Profeta Sofonia: “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente”.
Dobbiamo essere gioiosi perché Dio è dalla nostra parte, Egli non vuole condannarci. Desidera rinnovarci con il suo amore e vuole garantirci una vita senza sventure.
Potremmo dire che la presenza di Dio nelle nostre vite, la sua venuta in mezzo a noi, il fatto che siamo oggetto del suo amore sono tutte “buone notizie”, che dovrebbero portarci gioia e suscitare un sorriso sulle nostre labbra.
Il primo motivo di gioia per i cristiani è quindi insito nel senso stesso del tempo di Avvento: Dio ama l’uomo, considera l’uomo importante, va alla sua ricerca e viene a salvarlo e rinnovarlo.
In sintesi: è motivo di gioia sapere di essere oggetto dell’amore speciale di Dio, di essere importanti per Dio.

Un secondo motivo di gioia è espresso da San Paolo: il Signore ormai sta per arrivare. “Il Signore è vicino!”. Manca poco alla sua venuta.
L’uomo moderno fa fatica ad aspettare: desidera avere 
tutto e subito. Per noi, generalmente, non è una cosa tanto bella dover aspettare: non ci piace. Non siamo stati abituati a scoprire la bellezza dell’attesa, a gioire per l’attesa di qualcosa di buono.
Eppure la Parola di Dio ci esorta oggi a sforzarci in una direzione nuova: “Cercate di scoprire quanto bella sia l’attesa animata dalla speranza”.
“Il Signore è vicino!”. Il Signore sta per arrivare: questo tempo di Avvento ci invita ad essere contenti perché stiamo vivendo una attesa piena di speranza.
In sintesi: è motivo di gioia imparare ad aspettare. Se ci educhiamo a prepararci bene, a non imboccare scorciatoie, a non cedere al capriccio di volere tutte le cose rapidamente... scopriremo che in questo c’ è gioia e che spesso il tempo di attesa, di preparazione, di desiderio di raggiungere una certa cosa, è motivo di crescita spirituale e maturazione.
Anche questo secondo motivo di gioia è tipico del tempo di Avvento, il tempo in cui la Chiesa cerca di insegnarci a stimare e valorizzare l’attesa e la pazienza.

Un terzo motivo di gioia è “la buona notizia”, cioè la persona stessa di Gesù Cristo.
Questo è il motivo più importante di tutti.
Abbiamo sentito nel Vangelo l’annuncio di Giovanni Battista: è giunta la pienezza del tempo. Arriva finalmente il Messia.
Il Messia non è semplicemente un profeta come tanti, uno che annuncia la penitenza con un battesimo di acqua, con un rito penitenziale.
 È invece uno che cambia la storia, che battezza in Spirito Santo e fuoco, che ha il potere di fare giustizia definitiva e orientare in senso nuovo la storia umana.
Il Messia è Dio stesso che viene tra noi, che ci fa dono del suo Spirito, ci offre la sua stessa vita, dona un senso nuovo alla vita di ogni uomo.
La gioia dei cristiani nasce dalla buona notizia che Dio ha deciso di diventare uomo come noi, di entrare nel nostro mondo e farsi nostro compagno di viaggio, nostro fratello, vicino a ciascuno di noi.
Non ha mandato un suo rappresentante a visitarci, o un delegato: è venuto lui stesso, personalmente. Per questo siamo invitati ad accoglierlo con gioia e a rallegrarci per il 
Vangelo, cioè per questo lieto annuncio.
Il tempo dell’Avvento è tempo di gioia perché ci prepara alla venuta di Dio stesso, personalmente, in mezzo a noi.

UNA GIOIA UTILE
In questa Domenica siamo chiamati a riscoprire tre motivi fondamentali della gioia cristiana: siamo importanti agli occhi di Dio, viviamo una attesa utile a noi stessi e piena di speranza, sappiamo che Dio in persona viene a visitarci.
La Parola ci invita a coltivare questa gioia perché essa, se veramente dimora nei nostri cuori, se veramente è accolta con consapevolezza dai cristiani, produce alcuni effetti importanti e visibili: essa aiuta a vincere il timore, ci dona forza quando “ci stanno per cadere le braccia” (prima lettura), ci sostiene quando rischiamo di “angustiarci” per tante cose o abbiamo delle necessità che ci tormentano (seconda lettura), ci fa aprire il cuore a quella famosa domanda: “Che cosa dobbiamo fare?” (Vangelo), che è il primo passo, obbligato, di ogni cammino di conversione.
Preghiamo perché la Chiesa e ciascuno di noi, in questa attesa del Natale, possa desiderare questa gioia vera, capace di cambiare la vita delle persone, piuttosto che le piccole gioie, che appagano per un po’, ma poi rischiano di lasciare un vuoto nell’intimo dell’uomo, il cui cuore non ha pace, finché non sperimenta la presenza di Dio.


Per don Pino Pulcinelli   e  a cura di Alvise Bellinato


Le domande fondamentali per la conversione natalizia

La terza domenica di Avvento ci pone alcune domande fondamentali per convertirci al Signore nella pienezza del nostro essere ed agire: cosa dobbiamo fare? La domanda la pongono a Giovanni Battista i suoi seguaci, ma la domanda rimbalza anche oggi per noi uomini del XXI secolo dell'era cristiana. Una domanda posta da tutti al grande profeta e precursore di Cristo e a tutti Giovanni risponde rispetto alla loro condizione di vita e alla loro situazione personale. Il testo del Vangelo rivela un'ansia ed una preoccupazione autentica e vera da parte della gente circa il cambiamento della loro vita che vogliono assolutamente effettuare. D'altra parte, la parola e la testimonianza di vita estremamente convincenti del Precursore non lasciano posto o spazio al temporeggiamento o all'attesa inconcludente. In realtà si tratta di dare un risposta immediata circa questa volontà di rinnovamento che ha precisi obiettivi da perseguire: la generosità, la carità vissuta, la sensibilità verso i poveri e gli affamati, il sapersi accontentare senza pretendere l'eccesso, il rispettare se stesso e gli altri ed essere felice di quanto si possiede, fosse anche poco e limitato, evitare ogni maltrattamento.
Il testo del Vangelo di Luca ci indica questa precisa strada di rinnovamento personale, interiore ed esteriore che tradotta in termini biblici si dice conversione. Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. Anche noi siamo chiamati a rispondere a questi interrogativi soprattutto in vista dell'annuale celebrazione del Santo Natale. Cosa dobbiamo fare per prepararci al Natale 2009. E' evidente che siamo chiamati a compiere opere di bene e di vera conversione del cuore e della monte. Un nuovo atteggiamento nei confronti della vita, delle persone, delle cose e delle situazioni, senza drammatizzare, ma responsabilizzandoci. E il modo migliore è quello di esaminarci attentamente sulle cose che non vanno nella vita e che non riflettono più la nostra scelta per apportare dei correttivi e far sì che il nostro agire recuperi in credibilità. Un esame a largo raggio e non nel ristretto orizzonte delle cose che ci interessano o ci possono motivare di più rispetto ad altre. La coscienza etica personale e comunitaria ci induce a non fermarci alle apparenze ed alla crosta, ma è necessario andare a fondo delle nostre questioni e risolverle nel rispetto della legge di Dio.
Ascoltando oggi il brano della prima lettura tratto dal profeta Sofonìa ci rendiamo subito conto di quanto sia ancora lungo il cammino che siamo chiamati a fare come rispetto a questo Dio che ci ama fino a mandare suo Figlio sulla terra per salvarci dalla condizione di peccato.
Questa domenica terza di Avvento che viene indicato come "laetare" siate felici e contenti ci dice esattamente da che parte sta la vera felicità: è sapere che Dio è con noi e non ci abbandonerà mai, perché è Dio con noi ed è l'Emmanuele. Chi si prepara al Natale non può non essere persona di gioia e di trasmissione di gioia che nasce dal cuore di una persona credente e credente davvero. E sulla gioia è incentrato il breve ma profondo brano di San Paolo Apostolo ai Filippési.
Alla gioia deve corrispondere l'affabilità, l'amabilità, la serenità del cuore anche di fronte alle avversità della vita. Perché angustiarsi se viene a noi il Padre della gioia, l'autore della nostra vera ed eterna felicità. Non a caso a Natale siamo tutti più buoni e più disponibili alla generosità, al perdono, alla riconciliazione, alla tolleranza. Ben vengano dalla Parola di Dio di questa terza domenica gli inviti ad una conversione che se vera ed autentica arreca solo grande gioia ai fedeli, a quelli che fanno del Natale un appuntamento con la fede e con la revisione del proprio sistema di pensiero e di azione.
Preghiamo allora con la stessa orazione che ascolteremo oggi all'inizio della celebrazione eucaristica della domenica della gioia e della quale condividiamo ogni espressione e contenuto: 
"O Dio, fonte della vita e della gioia, rinnovaci con la potenza del tuo Spirito, perché corriamo sulla via dei tuoi comandamenti, e portiamo a tutti gli uomini il lieto annunzio del Salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio".



Per padre Antonio Rungi

Saturday, November 07, 2009

Vedova


ha donato se stesso,
Gesù Cristo nostro Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te...


Prima lettura
1Re 17,10-16
La vedova fece con la sua farina una piccola focaccia e la portò a Elia.

Dal primo libro dei Re
In quei giorni, il profeta Elia si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po' d'acqua in un vaso, perché io possa bere».
Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po' d'olio nell'orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».
Elia le disse: «Non temere; va' a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d'Israele: "La farina della giara non si esaurirà e l'orcio dell'olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra"».
Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.
Parola di Dio


Salmo responsoriale
Sal 145
Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.

Egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.


Seconda lettura
Eb 9,24-28
Cristo si è offerto una volta per tutte per togliere i peccati di molti.

Dalla lettera agli Ebrei
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l'aspettano per la loro salvezza.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Mt 5,3)
Alleluia, alleluia.

Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Alleluia.


Vangelo
Mc 12,38-44
Questa vedova, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva.

+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Parola del Signore.
Forma breve (Mc 12, 41-44):
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, seduto di fronte al tesoro [nel tempio], osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Parola del Signore

Commento

"Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo"

L'avarizia, che è idolatria, non si riferisce solo al denaro ma anche a tutto ciò che reputiamo sia nostra proprietà.
I beni, le opere compiute (in genere quelle buone e meritorie che sono necessariamente le nostre; quelle cattive son sempre degli altri), gli affetti, la popolarità, la stima altrui, ecc.
L'attaccamento disordinato, smodato a questi beni nasce proprio da quando li consideriamo nostri e non un dono.

Si scopre di essere attaccati ai beni proprio quando essi ci mancano o quando le situazioni o gli altri ce li vogliono togliere.
In questo si vede quanto siamo liberi e ricchi solo di Dio.
Quanto, come Giobbe, sappiamo dire, proprio su ciò che tocca il cuore e l'anima e costa fatica "Dio ha dato, Dio ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!".

Si può lasciare tutto per il voto di povertà ma essere attaccati ad una penna.
Si può scegliere il celibato ma rimanere attaccati ad un affetto facendo ruotare tutta la nostra pastorale attorno a questo.
Si può aver scelto di obbedire e rimanere ancorati al nostro orgoglio.
Si può recitare il Padre nostro ed essere incapaci di perdonare e gioire del bene compiuto dai fratelli.

Finché non si entra nella "scarnificazione" dell'anima offrendo ciò che ci è più caro con lacrime e gioia non sappiamo cosa significa essere liberi e liberarci dall'avarizia. 
Tutto questo non per "gloriarci" di essere poveri, liberi, distaccati - che è una lussuria ed una avarizia ancora più profonda - ma piuttosto si rinuncia per amore di Colui che ci ha amati e ci Ama più di noi stessi.
Il motore, il fine, l'alfa e l'omega è Lui. Ogni rinuncia ha senso in Lui e per Lui.

L'avarizia e l'apparire vanno di comune accordo; sono figlie della schiavitù e del peccato.
Cercano la fama, la notorietà, la visibilità, tutto purché se ne parli.
In un tempo fondato sul narcisismo della popolarità e sul "bisogno" realmente "effimero" di essere - almeno per 10 minuti, come diceva Andy Warhol - noti a tutti.. la ricerca dell'essenzialità e della consapevolezza di essere un dono e di avere tutto in dono diventa profetica, propositiva, scandalosa ed innovativa.

Per questo la vedova è preziosa agli occhi di Dio.. ha riconosciuto che tutto è dono e lo ha ridonato, senza sè e senza ma.
Quella vedova che ricorda tanto la Vergine Maria e i poverelli di ogni tempo che dicono "eccomi" sapendo che dietro il loro "essere" ed "esserci" c'è Dio.
Vale la pena di fidarsi di Lui che mai si fa battere in generosità.
La spoliazione tuttavia comincia non solo con la consapevolezza del cuore ma con la disciplina fatta di tanti piccoli gesti... è da tante piccole morti che si impara a vivere liberi e fecondi.
Ricchi come la povera vedova, dello sguardo amoroso di Dio.

Paul Freeman

Monday, November 02, 2009

Sant'Agostino

La voce di un dottore della Chiesa
Se mi ami non piangere. Non piangere per la mia dipartita. Sono ormai assorbito dall'incanto di Dio, dalla sua sconfinata bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole e meschine al confronto. Mi è rimasto l'affetto per te, una tenerezza che non hai mai conosciuto. Ci siamo visti e amati nel tempo: ma tutto era allora fugace e limitato. Nelle tue battaglie, orièntati a questa meravigliosa casa dove non esiste la morte e dove ci disseteremo insieme, nell'anelito più puro e più intenso, alla fonte inestinguibile della gioia e dell'amore. Non piangere, se veramente mi ami.
Sant'Agostino

Sunday, October 18, 2009

18 ottobre 2009 XXIX Domenica per annum


PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE
di Stefano e Teresa Cianfarani

Isaia si riferisce sì a Cristo, il Servo del Signore, ma anche ad ogni cristiano che cerca sinceramente di seguire Gesù.
Facciamoci guidare dai verbi utilizzati dal profeta.
Crescere: siamo chiamati a crescere nelle fede e nell’amore di Dio, con tutto il nostro impegno, giorno per giorno.
Offrire: offrire la vita in tutti i suoi ambiti, metterci al servizio di Dio e dei fratelli per cooperare con Cristo alla salvezza di coloro che la Provvidenza ci ha affidato. Questa è la nostra grande responsabilità. Questo potrà comportare incomprensione, ed anche disprezzo, spesso si disprezza ciò che non si comprende o di cui si ha paura.
Patire:  “conoscere il patire”, è una conoscenza che si basa sulla conoscenza di Cristo, quanto più approfondiamo l’intimità con Cristo e con la sua sofferenza, il suo stile, tanto più si affinerà la nostra comprensione del patire che non è un desiderio di sofferenza, ma un andare oltre la sofferenza, arrivare a trasformarla in offerta, cercando di imitare lo stile del Figlio di Dio. Anzi, poiché siamo già in Lui, uniti in solo corpo mistico, ogni nostra piccola o grande croce, ogni nostra piccola o grande mortificazione quando offerta per amore, è già incorporata nel mistero del corpo glorioso ed eterno di Cristo che per sempre si offre al Padre per strappare l’umanità al peccato e alla morte. Ogni Eucarestia diviene così comunione profonda con Cristo, incorporazione per condividerne la missione redentrice.
Vedere-vivere-saziarsi: non avere più appetiti, altri desideri. Saremo saziati dalla conoscenza profonda che sconfina nella incorporazione a Cristo.
Giustificare addossandosi l’ingiustizia nostra e altrui. Il cristiano è luce che deve illuminare anche chi e per chi è nelle tenebre. Anzi, dovremo essere ancora più luminosi quanto più fitte sono le tenebre che ci circondano. Lievito ancora più potente quanto più la pasta è di scarsa qualità. La nostra responsabilità è quella di incorporare in Cristo non solo noi stessi ma anche l’umanità che ci è stata affidata. Traghettare in Lui anche i lontani, fare da ponte, da via per unificare, per riconciliare gli uomini con Dio. Immersi nella confusione delle nostre città e dei cuori, senza altro segno distintivo che il cuore rinnovato e la speranza nell’amore di Dio.
Per questo arduo compito abbiamo bisogno di “ricevere misericordia e trovare grazia” come ci indica San Paolo. Questo è il momento essenziale, anzi è l’atteggiamento di vita essenziale per cooperare con Cristo. Riaccostarsi continuamente alla misericordia di Dio per trovare la grazia per vivere la nostra vocazione di cristiani.
Infine Gesù stesso, nel vangelo di Marco, presenta due caratteristiche che non sono eludibili da chi vuole essere suo discepolo. L’umiltà e il servizio. Si tratta di sperimentare lo stupore e la gioia di essere amati e salvati da Dio nonostante i nostri limiti, le nostre miserie, i nostri lati oscuri. Di scoprire di essere nonostante tutto figli suoi e, rigenerati da tanta gratuita generosità, mettersi al servizio dando la nostra vita, cioè il nostro tempo santificato, ai nostri mariti e alle nostre mogli, ai nostri figli, agli amici, ai colleghi, perché nessuno è escluso dal progetto di salvezza che continua in Cristo attraverso noi.


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE
di Marco Simeone

Maestro noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo
Sinistra e destra
Potete bere il calice/ricevere il battesimo?
Sdegno
Potere/servizio: dare la vita
Sommo sacerdote che ci sa compatire
Uomo dei dolori
Questa è la domenica in cui la lettera agli Ebrei ci dice che Gesù è il Sommo Sacerdote, il pontefice (cioè colui che costituisce il ponte tra l’uomo e Dio) e il vangelo ci riporta la richiesta di due discepoli di quelli big, Giovanni e Giacomo: “noi vogliamo che tu ci faccia ciò che ti chiediamo”.
Prima di entrare nel merito della richiesta è importante guardare l’atteggiamento del cuore che l’uomo ha davanti a Dio: “se Tu sei Dio e dici di volermi bene, devi fare ciò che io ti chiedo!”
Alzi la mano chi può dire di non averlo mai pensato…
Quando si parla di Gesù come sacerdote vero, efficace, definitivo, dobbiamo renderci conto che non lo possiamo capire finché non accettiamo di cambiare l’immagine che abbiamo di Dio. Le due domeniche precedenti il Vangelo di Marco ci ha messo davanti agli occhi le esigenze del discepolato: imparare ad amare con un cuore nuovo imparando da Dio un amore fedele e lasciare ogni ricchezza perché si è scoperto che solo Dio è ricchezza sufficiente. Ogni volta additando un bambino come modello di accoglienza del Regno dei cieli (che significa: accogli il Regno nelle piccole cose e accogli il Regno con l’apertura di cuore di un bambino).
Oggi è la prova del nove: “io voglio…”  il discepolo segue il maestro, non comanda al maestro (cf.  il “vade retro” che rivolge a Pietro..); perché il discepolo si fida del maestro, a cui può chiedere insegnamenti e delucidazioni, ma sa sempre che Gesù è più buono (ricorda il giovane ricco) di sé, che è l’unico che sa ciò di cui abbiamo bisogno, è l’unico che conosce il Padre e la strada per arrivarci: noi no!
Strano che tutto questo siano proprio i big a dimenticarlo, Marco ci dice che sono loro a fare la domanda mentre per Matteo addirittura è la madre a presentare la loro domanda… forse vuol dire che a volte noi che siamo i vicini, gli intimi, forse diamo per scontato di aver fatto dei passaggi nel nostro cuore che invece dobbiamo ancora fare, magari stanno lì ad aspettarci, dietro all’angolo del primo problema serio, del primo dolore vivo.
Gesù è il nostro sommo sacerdote non solo, e sottolineo solo, perché è Uomo e Dio; ma perché per poter essere ponte tra l’uomo e Dio deve essere collegato con l’uno e l’altro e “sapere” dell’uno e dell’altro: sapere di Dio vuol dire rendere presente in sé Dio con il proprio vivere, agire, parlare, respirare, ecc.; e questo Gesù l’ha fatto, direi lo è stato senza alcun dubbio. Ma è la sua umanità che è ancora più interessante: ha vissuto una vita del tutto simile a noi, gioie e dolori, affetti ricevuti e antipatie ostentateGli, ma ogni passo è stato vissuto facendo della propria umanità il luogo dell’accoglienza dello Spirito Santo (“l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito…”), della donazione incondizionata al Padre, il volersi nutrire solo della sua Parola; questa è l’umanità che a contatto con Dio viene riportata allo splendore iniziale e si apre all’amore di Dio. Il servire è il manifestarsi della novità dell’uomo che si scopre capace di amare veramente, cioè gratuitamente e in modo da vivificare il mondo attorno, capace addirittura di misericordia e di espiazione, cioè capace di diventare dono a favore degli altri e al posto degli altri.
Le nostre richieste svelano il nostro cuore e l’immagine che abbiamo di Dio: io voglio stare a destra o a sinistra… certamente i due discepoli avranno pensato che così potevano servire meglio il regno dei cieli, guarire più persone, o addirittura pensare che Gesù è tutto mio, tanto gli altri non ci capiscono nulla e non lo meritano, ecc. Fatto sta che Gesù non si scandalizza e cerca di guidarli: se vuoi essere il mio “numero due”, il mio “braccio destro” (che questo significa stare a destra o sinistra) devi diventare come me, cioè capace di bere il calice della Passione e ricevere il Battesimo della croce. Peggio che andare di notte: i due fanno una pessima figura, di calici ne beviamo tanti, uno in più… ma noi lettori sappiamo di cosa parla Gesù il calice è fare la volontà di Dio, cioè allargare il proprio cuore facendo diventare la propria volontà quella di Dio, allora si riceve il dono dell’amore del Padre per ogni uomo o donna della terra, allora si che possiamo ritenerci il braccio destro di Gesù perché faccio quello che farebbe Lui, perché non c’è altra gioia che la salvezza degli altri, ci si dimentica del proprio io per far posto a Qualcuno di immensamente più grande e ad un amore finalmente puro. È così distante questa prospettiva che la prima lettura profetizza che chi vuol vivere così non sarà capito da chi gli sta intorno ma vivrà una fertilità certa, genererà vita nuova, “giustificherà molti”.
Una caratteristica dell’amore di Dio è la misericordia sovrumana (settanta volte sette) che Gesù ci offre; chi è capace di stringersi a Cristo per trovare misericordia ha già fatto un bel passo avanti, perché vuol dire che conosce il volto vero di Dio.
Un’ultima parola sul servizio, spesso mi sono sentito chiedere che differenza c’è tra servizio e volontariato, che differenza c’è tra il bene fatto da un credente e da un ateo: è vero che il panino dato all’affamato è lo stesso, ma per chi crede in quel panino c’è un segno di un amore più grande che chi lo trova diventa il più ricco della terra; per chi non crede è un sollievo alla fame.
Pensiamo bene a quale altezza, a quale dignità Cristo ci chiama ogni giorno: essere veramente la sua presenza viva nel mondo.
Quante volte gli diciamo: “Signore vieni in questa situazione..” e se Lui ci rispondesse “guarda che io ho scelto te per aiutarmi proprio in quella situazione”, la risposta ci scandalizzerebbe o ci farebbe venire la pelle d’oca? Io penso che la mia giornata dipenda solo da questo, da come rispondo

Saturday, October 17, 2009

BENTO XVI IN ANGOLA, VISAO DA CEAST

200705101356paparatzinger2007.jpg (480×640)1.   Amados Irmãos e Irmãs:
Nós, vossos Bispos, reunidos em Assembleia Plenária , logo após a visita do Santo Padre Bento XVI a Angola, dirigimo-vos uma cordial saudação e a todos enviamos a nossa bênção como penhor das graças celestes.

1. VISITA DO SANTO PADRE BENTO XVI
2.   De 20 a 23 de Março, tivemos o Papa Bento XVI entre nós.
Por isso, nesta nossa Mensagem, desejamos dizer a Sua Santidade que nos visitou: “Santo Padre, muito obrigado! Obrigado por terdes vindo até nós! Obrigado pelos vossos gestos de carinho! Obrigado pelas vossas palavras de ânimo!”
De facto, Sua Santidade manifestou, por Angola em particular e pela África em geral, uma atenção singular e deixou-nos uma mensagem que perdurará muito tempo nos nossos corações. As suas primeiras palavras ao aterrar no aeroporto 4 de Fevereiro, em Luanda, manifestam bem o que acabamos de dizer: “piso o solo desta nobre e jovem Nação no âmbito duma visita pastoral, que, no meu espírito, tem por horizonte o continente africano. Saibam que no meu coração e oração, tenho presente a África em geral e o povo de Angola em particular”. E afirma, cheio de convicção: “uma missão comum nos está confiada: construirmos, juntos, uma sociedade mais livre, mais pacífica e mais solidária”. Ao mesmo tempo, manifesta a sua solicitude paternal, solidarizando-se com as vítimas das cheias do Kunene e apelando à reconstrução, com a ajuda de todos.

3.   No encontro havido com o Sr. Presidente da República, autoridades políticas e religiosas e membros do corpo diplomático, afirma:
Chegou o tempo da esperança para África! Armados de um coração íntegro, magnânimo e compassivo, podeis transformar este continente… guiando o vosso povo pela senda dos princípios de uma democracia civil moderna: o respeito e promoção dos direitos humanos, um governo transparente, uma magistratura independente, uma comunicação social livre, uma administração pública honesta, uma rede de escolas e de hospitais que funcionem de modo adequado, e a firme determinação de acabar de vez com a corrupção”.

4. Aos Bispos da Ceast, anuncia-lhes a criação da nova Diocese do Namibe e escolha do seu primeiro Bispo, na pessoa de D. Mateus Feliciano Tomás, e anima-os a que continuem a apostar na evangelização no terreno da cultura e valorizando os meios de comunicação social; que continuem a erguer a voz em defesa da sacralidade da vida humana e do valor da instituição matrimonial e a acompanhar de perto os sacerdotes, ajudando-os a viver o seu ministério presbiteral como verdadeiro caminho de santidade”.

5. Aos Bispos, presbíteros, consagrados/as, seminaristas, catequistas e demais agentes de pastoral, reunidos na solene Eucaristia na Igreja de São Paulo, onde também concelebraram os Bispos de IMBISA e outros, deixa o apelo a sermos uma Igreja cada vez mais missionária, colocando diante de nós o exemplo de São Paulo para quem foi fundamental o “seu encontro com Jesus, no caminho de Damasco”. E denuncia os perigos de crenças supersticiosas: “Hoje cabe-vos a vós, irmãos e irmãs, oferecer Cristo ressuscitado aos vossos compatriotas. Muitos deles vivem no temor dos espíritos, dos poderes nefastos de que se crêem ameaçados; desnorteados, chegam a condenar meninos e até os mais velhos, porque – dizem – são feiticeiros. Quem pode ir ter com eles para lhes anunciar que Cristo venceu a morte e todos estes poderes obscuros?”

6. No Estádio dos Coqueiros, lança aos jovens o desafio de optarem sempre por Cristo, sem medo de assumirem “decisões definidefinitivas, porque são as únicas que não destroem a liberdade”. Diz-lhes: “A vida só pode valer a pena se tiverdes a coragem da aventura, a confiança de que o Senhor nunca vos deixará sozinhos”.

7. Na grande concelebração eucarística, na Esplanada da Cimangola, na paróquia do Bom Pastor, Diocese de Caxito e onde se reuniu mais de um milhão de pessoas vindas das várias regiões de Angola, afirma que veio “a África proclamar uma mensagem de perdão, de esperança e de uma vida nova em Cristo”. E acrescenta:“Deus chama-nos a ser mensageiros do amor misericordioso no meio das nossas famílias e comunidades, na escola e no lugar do trabalho, em todo o sector da vida social e política. Que as paróquias se tornem comunidades onde a luz da verdade de Deus e a força do amor reconciliador de Cristo não sejam apenas celebradas, mas manifestadas em obras concretas de caridade”.

8. No encontro com os movimentos católicos para a promoção da mulher, na Igreja de Santo António, proclama que “a mulher é um outro «eu» na comum humanidade. Há que reconhecer, afirmar e defender a igual dignidade do homem e da mulher: ambos são pessoas. Ambos são chamados a viver em profunda comunhão. No entanto, o reconhecimento do papel público das mulheres não deve diminuir a função insubstituível que têm no interior da família. A presença materna no seio da família é tão importante para a estabilidade e o crescimento desta célula fundamental da sociedade, que deveria ser reconhecida, louvada e apoiada de todos os modos possíveis. E, pelo mesmo motivo, a sociedade deve chamar os maridos e pais às próprias responsabilidades para com a família.”

9. Na sua despedida de Angola, agradece o acolhimento recebido e insiste que optemos decisivamente pelo caminho da solidariedade, dando uma atenção especial aos mais necessitados. As suas últimas palavras ainda ecoam nos nossos ouvidos:“Irmãos e amigos de África, queridos angolanos, coragem! Não vos canseis de fazerprogredir a paz, cumprindo gestos de perdão e trabalhando pela reconciliação nacional, para que jamais prevaleça a violência sobre o diálogo, o medo e o desânimo sobre a confiança, o rancor sobre o amor fraterno.”

10. Foram momentos de profunda e sentida comunhão entre nós e com Aquele que, na terra, é o Vigário de Cristo. O Papa é, na verdade, o Vigário de Cristo porque sucessor do apóstolo Pedro a quem o Senhor disse: “Tu és Pedro e sobre esta pedra edificarei a minha Igreja” (Mt 16, 18) e ainda: “Apascenta as minhas ovelhas” (Jo. 21, 27). Pertence, por isso, à mais antiga tradição da Igreja católica, desde os Santos Padres, a famosa declaração: “Onde está Pedro, aí está a Igreja de Cristo”!

11. Foi, pois, irmãos e irmãs, com essa fé que recebemos entre nós o Papa e escutámos, de coração aberto, a sua palavra de Pai e de Pastor. Mas não basta termos ouvido, é preciso que todos nós ponhamos as suas palavras em prática: jovens e adultos, casados e solteiros, consagrados no sacerdócio ou vida religiosa. Todos e cada um no seu estado de vida ficámos confirmados na nossa fé em Cristo; na caridade que ama a Deus acima de tudo e os irmãos, sem distinção alguma; e na esperança, que não engana porque está fundamentada em promessas divinas. Resta‑nos formular o nosso bom propósito, confiados na graça do Senhor para o cumprirmos fiel e generosamente. Aceitemos sobretudo o desafio de continuarmos a trabalhar, com todas as nossas forças, para fazer de Angola um país de paz, reconciliado e onde a solidariedade seja cada vez mais vivida, animados com a certeza de que cada comportamento humano recto é esperança em acção” (Papa na Presidência da República).
Expressamos aqui o nosso público agradecimento às autoridades angolanas, nomeadamente ao Sr. Presidente da República, e a todos quantos estiveram envolvidos na preparação e concretização desta visita, pelo feliz êxito de tão significativo evento.

2. SÍNODO ESPECIAL PARA ÁFRICA

12. Outro acontecimento de grande relevo e de reconhecida importância para nós é o próximo Sínodo especial para África, convocado pelo Sumo Pontífice para se realizar, em Roma, no próximo mês de Outubro. Na sua visita a África, Bento XVI quis tornar público o Instrumentum Laboris desta magna Assembleia, pedindo que rezássemos por esta intenção e apelando a que “cada cristão deste grande continente experimente o toque salutar do amor misericordioso de Deus e a Igreja em África se torne «lugar de autêntica reconciliação para todos, graças ao testemunho dado por seus filhos e filhas»”. (Discurso na Esplanada da Cimangola)

Unimo-nos ao pedido do Santo Padre e solicitamos a todos que rezem pelo Sínodo. Auguramos também que os temas dos debates sinodais sobre justiça, reconciliação e paz em África, sejam objecto de estudo e de reflexão nas Dioceses, paróquias e movimentos de apostolado, segundo o programa elaborado por cada Diocese. Com efeito, somente desta forma participativa a todos os níveis, o Sínodo será verdadeiramente expressão viva da Igreja em África.


Em comunhão com toda a Igreja, rezemos:

Santa Maria, Mãe de Deus, Protectora de África,
tu oferecestes ao mundo a verdadeira Luz, Jesus Cristo.
Pela tua obediência ao Pai e pela graça do Espírito Santo
tu nos deste a fonte da nossa reconciliação e da nossa justiça,
Jesus Cristo, nossa paz e nossa alegria.

Mãe de ternura e sabedoria,
mostra-nos Jesus, teu Filho e Filho de Deus,
ilumina o nosso caminho de conversão
para que Jesus faça brilhar em nós a sua Glória
em todos os âmbitos da nossa vida pessoal, familiar e social.

Mãe cheia de Misericórdia e de Justiça,
pela tua docilidade ao Espírito Consolador,
concede-nos a graça de sermos testemunhas
do Senhor Ressuscitado,
para que sejamos cada vez mais sal da terra e luz do mundo.

Mãe do Perpétuo Socorro,
à tua intercessão materna confiamos a preparação
e os frutos do Segundo Sínodo para África.

“Rainha da Paz, rogai por nós!
Nossa senhora de África, rogai por nós!”


Luanda, 30 de Março de 2009

Os Bispos da CEAST


Sunday, October 04, 2009

La Solitudine


Un problema cruciale dell’uomo: la solitudine. Problema:
  1. Illuminato dalla profonda unità tra uomo e donna (cfr. 1ª lettura)
  2. Motivato dalla morte di Cristo (cfr. 2ª lettura)
  3. Sublimato dalla fedeltà al progetto primario di Dio (cfr. 3ª lettura).
Premessa: Cosa s’intende quando si parla di solitudine?
Risposta. Il concetto di solitudine si può intendere in diversi modi; i più comuni sono quelli di una:
  1. Solitudine imposta: questo genere di solitudine ha quasi sempre una tonalità negativa, nel senso che, può essere determinata da cause fisiche, (es. handicap vari), psicologiche ( es. ipocondria, depressione o solitudine a salice piangente), socio culturali, o politiche (es. povertà, emarginazioni varie ecc.).
La solitudine imposta, genera per lo più limitazioni nell’esercizio della propria libertà, con conseguente propensione alla depressione e spesso anche al suicidio.
Diceva bene il poeta latino Ovidio:< Tristis eris, si solus eris> .
  1. Solitudine liberamente scelta: questa è fondamentalmente positiva, in quanto favorisce:
  2. Un più spiccato bisogno di Dio e di valori interiori
  3. Un maggior desiderio di conoscere e migliorare se stesso
  4. Una necessità di preservare la propria identità e personalità, pur vivendo in una società caotica come la nostra.
Il cristiano a questo punto, possiamo definirlo:.
In tal senso ha ragione il cantante Gino Paolo con la sua canzone “Noi”, quando affida alle note musicali queste significative parole:
Noi: è la solitudine, che, se ne va
Noi: è la tristezza, che, diventa felicità
Noi: è essere insieme, anche quando si è soli>.

  1. La solitudine illuminata dalla profonda unità (metafisica) tra uomo e donna.
“ Non è bene, che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto, che gli sia simile … Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo …” (1ª lettura).
Con l’insegnamento della sua Parola, Gesù ripropone il progetto primario della creazione, secondo il quale il rapporto reciproco tra l’uomo e la donna, va vissuto, come quello che Dio ha realizzato con la stretta alleanza con il popolo eletto.
Perciò Gesù colloca il matrimonio sul piano della:
  1. Dignità della persona con il ritorno al progetto iniziale di Dio, fatto di comunione indissolubile
  2. Serietà dell’amore, che, nella morte di Cristo trova la sua forza e la sua motivazione
  3. Imitazione della fedeltà che Dio ha per l’uomo da Lui creato.
Riflessione. Il matrimonio così concepito, oggi trova purtroppo sulla sua strada, molti nemici:
  1. Sul piano del pensiero, tutte le filosofie immanenti, quelle cioè, che ritengono di poter fare a meno di Dio: secolarizzazione, laicismo, agnosticismo, ateismo ecc.
  2. Sul piano della vita pratica: tutte le espressioni di una cultura edonistica, erotica, permissiva ecc.
A queste visioni puramente orizzontali dell’esistenza umana, il cristianesimo cattolico, contrappone una visione trascendente, che trova la sua piena motivazione nella morte luminosa della Croce di Cristo:
Infatti:
  1. Ecco farsi avanti la solitudine motivata dalla morte vittoriosa di Cristo.
Scrive l’autore della lettera agli Ebrei “fratelli, quel Gesù, di poco inferiore agli Angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché Colui, che santifica e coloro, che sono santificati … non si vergogna di chiamarli fratelli” (2ª lettura).
In questo della Parola di Dio troviamo due riscontri di capitale importanza per la nostra vita di fede:
  1. Cristo Gesù ha provato la solitudine più drammatica in una morte atroce, come quella della Croce: “a vantaggio di tutti”, dice l’autore sacro.
  2. Tutti coloro, “che sono santificati dalla sua morte, Cristo Gesù – sono sempre parole dell’autore sacro – non si vergogna di chiamarli fratelli”. (2ª lettura).
Riflessione. Perciò chiunque possa soffrire di solitudine negativa, stando alle parole dell’autore sacro, nella solitudine luminosa della Croce di Cristo e nel silenzio salvifico della sua Risurrezione, può trovare tutte le risorse e le energie possibili per rendere feconda la sua situazione, anche se fosse la più disperata. In un contesto simile allora, possiamo condividere in pieno, quanto scriveva il romanziere russo Anton Cechov :< La vera felicità, è impossibile senza solitudine>, cioè senza sofferenza.
  1. La solitudine sublimata dalla fedeltà al progetto primario di Dio.
Di che progetto si tratta?
Risposta. Di quello semplicemente proclamato da Dio all’inizio della Creazione e ribadito con fermezza da Gesù stesso in quanto Dio; scrive infatti l’Evangelista Marco:< Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unità a sua moglie e i due saranno una sola carne …”
Dunque l’uomo, (qualunque istituzione, regime politico eserciti) non divida quel che Dio ha congiunto (3ª lettura).
In tal modo Dio intende ribadire al genere umano due verità imprescindibili:
  1. Egli è il Creatore dell’uomo e della donna: due persone diverse, ma destinate a completarsi totalmente in piena libertà e nel rispetto della reciproca dignità, perciò come scrive S. Paolo ai cristiani di filippica “ in mezzo ad una generazione perversa e degenere, risplendano come astri nel mondo” (Fil. 2,15).
  2. Egli è l’autore del matrimonio uno e indissolubile, perché questo rifletta, fino alla fine dei tempi, la sua fedele alleanza con il popolo eletto e con l’intera umanità.
Riflessione.  Nella mente di Dio, dunque, il matrimonio, sul piano della persona, oltre ad essere il miglior antidoto contro tutte le forme di solitudine negativa, sul piano sociale si dimostra, se ben vissuto, il rimedio più efficace per assicurarsi un equilibrio psicofisico e una convivenza fruttuosa, pacifica e gioiosa.
La stessa attrice Ava Gardner, intervistata sul tema del matrimonio ebbe a dire:<Se un matrimonio è ben riuscito, è una cosa divina; ma se va male, è orribile!>.
Purtroppo il matrimonio cristiano, così come lo intendono la Parola di Dio e la Chiesa, è insidiato in modo più o meno subdolo dalla morale laica. Questa, dal momento, che esclude ogni progetto trascendente voluto da Dio sul matrimonio, si affida unicamente ai capricci della persona e delle pubbliche istituzione; perciò dilagano: divorzio, aborto, eutanasia, libere unioni ecc.
Conseguenza, purtroppo non riconosciuta è che la morale laica è fatale, non solo per il benessere della persona, ma anche per la stessa società.
Infatti da dove scaturiscono oggi violenza, droga, criminalità, depressione, disintegrazione della famiglia e dei rapporti interpersonali e sociali, esasperato erotismo, libertà di coppia ecc?
Gli esperti “azzeccagarbugli” di moda azzardano risposte suadenti, di sapore psicologico, psicanalitico o sociologico. Ma questi tentativi non convincono troppo, per il semplice motivo, che le vere cause stanno più a monte, e nel trascurare queste, perché scomode, si dà fumo agli occhi curando solo gli effetti, in ogni campo.
Conclusione. Dunque solitudine: tarlo pericoloso se proiettato nella famiglia a conduzione laica, dove:< Ogni casa è un candelabro dove ardono le vite in appartate fiamme> (Jorge Louis Borges, da “Poesie” 1929).
Al contrario della famiglia a orientamento cristiano:<I cui membri, con le loro storie, sono come fiamme che riscaldano il gelo di molte solitudini” (Card. Gianfranco Ravasi biblista).




a cura di Remo Bonola - Eduard Patrascu

Thursday, September 24, 2009

Um anonimo no angonoticias apresenta estas citaçoes biblicas acerca do Namoro: analizemos!

Acerca do namoro ..segundo as escrituras .
Com que tipo de pessoa deveríamos namorar? A Bíblia diz em 2 Timóteo 2:22 “Foge também das paixões da mocidade, e segue a justiça, a fé, o amor, a paz com os que, de coração puro, invocam o Senhor.” Não é sábio namorar com alguém que não ame a Deus. A Bíblia diz em 2 Coríntios 6:14-15 “Não vos prendais a um jugo desigual com os incrédulos; pois que sociedade tem a justiça com a injustiça? Ou que comunhão tem a luz com as trevas? Que harmonia há entre Cristo e Belial? ou que parte tem o crente com o incrédulo?” Amós 3:3 “Acaso andarão dois juntos, se não estiverem de acordo? Não namore com alguém que diz ser cristão mas não vive como um cristão. A Bíblia diz em 1 Coríntios 5:11 “Mas agora vos escrevo que não vos comuniqueis com aquele que, dizendo-se irmão, for devasso, ou avarento, ou idólatra, ou maldizente, ou beberrão, ou roubador; com esse tal nem sequer comais. Evite namorar com pessoas coléricas. A Bíblia diz em Provérbios 22:24 “Não faças amizade com o iracundo; nem andes com o homem colérico.” Não namore com um cristão preguiçoso. A Bíblia diz em 2 Tessalonicenses 3:6 “Mandamo-vos, irmãos, em nome do Senhor Jesus Cristo, que vos aparteis de todo irmão que anda desordenadamente, e não segundo a tradição de trabalho que de nós recebestes.” O que mais conta é a beleza interior. A Bíblia diz em 1 Pedro 3:4 “Mas seja o do íntimo do coração, no incorruptível traje de um espírito manso e tranqüilo, que és, para que permaneçam as coisas.” Namore com alguém que tenha uma boa atitude. A Bíblia diz em Romanos 15:5-6 “Ora, o Deus de constância e de consolação vos dê o mesmo sentimento uns para com os outros, segundo Cristo Jesus. Para que unânimes, e a uma boca, glorifiqueis ao Deus e Pai de nosso Senhor Jesus Cristo. Namore com alguém que lhe anima e lhe apoia. A Bíblia diz em Filipenses 2:1-2 “Portanto, se há alguma exortação em Cristo, se alguma consolação de amor, se alguma comunhão do Espírito, se alguns entranháveis afetos e compaixões, completai o meu gozo, para que tenhais o mesmo modo de pensar, tendo o mesmo amor, o mesmo ânimo, pensando a mesma coisa. Quando estejam a namorar não pensem só um no outro - prestem atenção a outros também. A Bíblia diz em Filipenses 2:4 “Não olhe cada um somente para o que é seu, mas cada qual também para o que é dos outros.” Deixe que o relacionamento se densenvolva passo a passo. A Bíblia diz em 2 Pedro 1:6-7 “E à ciência o domínio próprio, e ao domínio próprio a perseverança, e à perseverança a piedade, e à piedade a fraternidade, e à fraternidade o amor.” O que deve evitar quando sair a namorar. A Bíblia diz em Romanos 13:13 “Andemos honestamente, como de dia: não em glutonarias e bebedeiras, não em impudicícias e dissoluções, não em contendas e inveja.” O namoro não deveria incluir relãçôes sexuais. A Bíblia diz em 1 Coríntios 6:13, 18 “Mas o corpo não é para a prostituição, mas para o Senhor, e o Senhor para o corpo... Fugi da prostituição. Qualquer outro pecado que o homem comete, é fora do corpo; mas o que se prostitui peca contra o seu próprio corpo. Mantenha-se puro ou pura. A Bíblia diz em 1 João 3:3 E todo o que nele tem esta esperança, purifica-se a si mesmo, assim como ele é puro. Para que se danhe emocionalmente, os desejos e as atividades sexuais devem ser mantidas sob o controle de Cristo. A Bíblia diz em 1 Tessalonicenses 4:3-5 “Porque esta é a vontade de Deus, a saber, a vossa santificação: que vos abstenhais da prostituição, que cada um de vós saiba possuir o seu vaso em santidade e honra, não na paixão da concupiscência, como os gentios que não conhecem a Deus. Se já foi demasiado longe físicamente, que deveria fazer? Primeiro, reconhecer o seu pecado. A Bíblia diz em Salmos 51:2-4 “Lava-me completamente da minha iniqüidade, e purifica-me do meu pecado. Pois eu conheço as minhas transgressões, e o meu pecado está sempre diante de mim.” Segundo, pedir que o seu pecado seja perdoado. Deus diz que pode começar uma vida nova. A Bíblia diz em Salmos 51:7-12 “Purifica-me com hissopo, e ficarei limpo; lava-me, e ficarei mais alvo do que a neve. Faze-me ouvir júbilo e alegria, para que se regozijem os ossos que esmagaste. Esconde o teu rosto dos meus pecados, e apaga todas as minhas iniqüidades. Cria em mim, ó Deus, um coração puro, e renova em mim um espírito estável. Não me lances fora da tua presença, e não retire de mim o teu santo Espírito. Restitui-me a alegria da tua salvação, e sustém-me com um espírito voluntário. Terceiro, acreditar que Deus lhe perdoou deveras e parar de se sentir culpado. A Bíblia diz em Salmos 32:1-6 “Bem-aventurado aquele cuja transgressão é perdoada, e cujo pecado é coberto. Bem-aventurado o homem a quem o Senhor não atribui a iniqüidade, e em cujo espírito não há dolo. Enquanto guardei silêncio, consumiram-se os meus ossos pelo meu bramido durante o dia todo. Porque de dia e de noite a tua mão pesava sobre mim; o meu humor se tornou em sequidão de estio. Confessei-te o meu pecado, e a minha iniqüidade não encobri. Disse eu: Confessarei ao Senhor as minhas transgressões; e tu perdoaste a culpa do meu pecado. Pelo que todo aquele é piedoso ore a ti, a tempo de te poder achar; no trasbordar de muitas águas, estas e ele não chegarão. Deus tem um(a) companheiro(a) para si. A Bíblia diz em Gênesis 2:18 “Disse mais o Senhor Deus: Não é bom que o homem esteja só; far-lhe-ei uma ajudadora que lhe seja idônea.” Pede a Deus um(a) companheiro(a). A Bíblia diz em Provérbios 19:14 “Casa e riquezas são herdadas dos pais; mas a mulher prudente vem do Senhor.” Deus lhe dará os desejos do seu coração. A Bíblia diz em Salmos 37:4 “Deleita-te também no Senhor, e ele te concederá o que deseja o teu coração.” Mateus 6:8 “Porque vosso Pai sabe o que vos é necessário


Saturday, September 19, 2009

XXV Domenica per annum/B


L'invidioso non riesce a sopportare che tu faccia il passo più lungo della sua gamba
(Julien De Valckenaere)
Su Wikipedia troviamo una definizione interessante dell’invidia: L'invidia è un sentimento nei confronti di un'altra persona o gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che l'invidioso non possiede (o che gli manca). 
Dopo la definizione, si trovano queste parole: L'invidia può provocare uno stato di profonda prostrazione: in taluni casi, l'invidioso può assumere comportamenti molto aggressivi e il tentativo di sminuire l'invidiato può raggiungere toni esasperati, arrivando anche al pubblico disprezzo e alla pubblica derisione, come a dire: "io sto male per colpa tua, perché tu metti in luce la mia inferiorità; allora devo assolutamente evidenziare le tue mancanze, i tuoi difetti, facendoti sentire ridicolo: farò in modo che anche tu soffra".
Nella religione cattolica, l'invidia è uno dei sette vizi capitali. L'iconografia tradizionale la presenta nell'immagine di una donna vecchia, misera, zoppa e gobba, intenta a strapparsi dei serpenti dai capelli per gettarli contro gli altri.
Nel Purgatorio, Dante pone gli invidiosi sulla sesta cornice. Qui, i peccatori sono seduti, gli occhi cuciti con del fil di ferro per punirli di aver gioito nel vedere le disgrazie altrui.
IL PROBLEMA
La liturgia di questa Domenica ci consente di fare una riflessione su questo problema, che, in maggiore o minore misura, caratterizza la vita dei cristiani e della Chiesa.
Nella prima lettura abbiamo ascoltato: “Tendiamo insidie al giusto... mettiamolo alla prova con insulti e tormenti...condanniamolo a una morte infame”. Il motivo? É il fatto stesso che egli é giusto: con la sua vita “ci é di imbarazzo”, “é contrario alle nostre azioni”. Potremmo riprendere la definizione di Wikipedia: "io sto male per colpa tua, perché tu metti in luce la mia inferiorità: farò in modo che anche tu soffra".
Nella seconda lettura, tanto per rimanere in tema, abbiamo sentito: “Invidiate e non riuscite a ottenere, combattete e fate guerra!”. L’invidia produce anche qui il desiderio di far soffrire.
Anche nel Vangelo ritorna lo stesso argomento: “Per via avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. Anche loro si erano posti gli uni contro gli altri per lo stesso problema.
Certamente Gesù aveva elargito alcuni privilegi ad alcuni: solo ai Dodici aveva concesso una vicinanza speciale e, tra questi, solo a tre aveva permesso (pochi versetti prima, in questo capitolo 9 di Marco) di salire sul Tabor con lui. Ad alcuni, insomma, per dirla con lo scrittore fiammingo Julien De Valckenaere, aveva fatto fare un “passo più lungo della gamba degli altri”.
Subito nascono i confronti e la rivalità: “Tu sì e io no?”.
Nasce così, nell’episodio del Vangelo in questione, il famoso sentimento nei confronti di una persona che possiede qualcosa che io non possiedo.
Aristotele diceva che “quanti amano l’onore e la gloria sono più portati all’invidia” (Reth 2, 10).
E anche la Scrittura conferma questo: “Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (Gal 5, 26). Ricerca di vanagloria e invidia vanno a braccetto, dunque.
E pare che questo problema nasca presto nel cuore degli uomini: celebre é l’aneddoto raccontato da S. Agostino nelle Confessioni (1,7), del bimbo che “non parlava ancora, eppure guardava pallido e con occhio torvo un suo compagno di latte”.
STARE MALE PERCHÉ UNO STA BENE
Delle letture odierne é interessante un fatto: in tutte e tre l’invidia é generata da un bene posseduto da un altro.
Nella prima lettura questo bene é la vita santa e giusta dell’altro, nella seconda é la saggezza e l’intelligenza, nel Vangelo la vicinanza a Gesù.
É doloroso constatare come si possa giungere a pianificare la morte (“condanniamolo a una morte infame” si dice nella prima lettura), a vivere con “disordine e ogni sorta di cattive azioni”, a creare “guerre e liti”, a “uccidere”, a “combattere e fare guerra” (sono tutti verbi presenti nella seconda lettura) e a “discutere” (ma il senso letterale é “fare un combattimento verbale”,disputaverant cioè“avevano fatto una disputa” dice la Volgata) ...per delle cosebuone!
Il genere di un peccato viene desunto dall’oggetto – scrive S. Tommaso d’Aquino-. Ora l’invidia, quanto all’oggetto, é contraria alla carità, da cui deriva la vita spirituale dell’anima, secondo le parole di S. Giovanni (1 Gv 3,14): “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli”. Infatti l’oggetto dell’una e dell’altra, cioè della carità e dell’invidia, é il bene del prossimo, però in due sensi contrari: poiché la carità gode del bene del prossimo, mentre l’invidia se ne addolora (Summa Th., Questione 36, Art. 3).
LE SOLUZIONI
A questo punto, dopo aver descritto il problema, ci possiamo chiedere: cosa possiamo fare? Che antidoti possiamo utilizzare per sconfiggere i morsi dei serpenti dell’invidia?
É sempre la Parola di Dio, dopo averci illustrato il problema, ad indicarci anche la via d’uscita. Mi pare che le letture ci suggeriscano oggi tre rimedi efficaci contro l’invidia:
  1. considerarne l’inutilità
  2. esercitarsi a gioire per i doni altrui
  3. sforzarsi di essere piccoli.

1) L’invidia é inutile.
S Bernardo insiste molto su questo punto: l’invidia non serve a nulla. Il primo rimedio é... rendercene conto.
Diceva il fondatore dei Missionari della Consolata: “A che scopo invidiare? Tanto chi ha, ha! Chiediamo al Signore che dia anche a noi, piuttosto, ma invidiare é inutile!” (Beato Giuseppe Allamano, omelia del 25.04.1915). 
L’invidia, come dichiara un vecchio detto (“essere rosi dall’invidia”) fa anche male alla salute.
“La pensano così, ma si sbagliano”. Comincia così la sezione immediatamente successiva al brano che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Dio ci dona una prima risposta: il giusto é nelle mani di Dio e “nessun tormento lo toccherà”, egli “é nella pace” e avrà ancora più successo. Gli effetti dell’invidia non solo non lo toccheranno, ma non cambieranno il piano di Dio su di lui: si parla quindi di risplendere, governare le nazioni, avere potere sui popoli, vivere con Dio nell’amore, ricevere grazia e misericordia.
La totale inutilità e inefficacia dei disegni degli invidiosi viene mostrata da Dio nel Capitolo 3 del libro della Sapienza.
É un invito a ciascuno di noi, perché possiamo pensarci e lavorare su questo punto, cercando di correggerci.
Perché perdere tempo e farci del male?
2) Esercitiamoci nella Sapienza e cerchiamo di gioire per i doni degli altri
La seconda lettura, mentre ci descrive gli effetti terribili dell’invidia, ci indica anche la via d’uscita: invocare “la sapienza che viene dall’alto”.
Essa é “senza parzialità”, cioè capace di riconoscere in modo obiettivo le cose.
“Senza frode imparai la sapienza e senza invidia la dono” (Sap 7,13).
É una sapienza “pacifica”, che non crea conflitti, “piena di misericordia” (cioè di quel sentimento che ci fa provare compassione davanti agli altri e non dolore perché stanno bene).
Nella Bibbia ci sono degli esempi splendidi di esercizi contro l’invidia: esercizi che consistono nello sforzo di gioire per i doni altrui.
Mosè, a chi gli riferiva circa la presenza di gente “non autorizzata” che profetava nell’accampamento, risponde rallegrandosi: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito!” (Nm 11, 29-30).
Ecco un primo esercizio di sapienza “senza parzialità”.
Paolo, a chi gli faceva presente che c’era gente, in giro, che pensava di essergli superiore e predicava per invidia e spirito di contesa, risponde “Che importa? Purché in ogni maniera Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuo a rallegrarmene” (Fil 1, 18-19).
Ecco un secondo esercizio di sapienza “senza parzialità”.
Bisogna farne tanti, per migliorare un po’... Provare per credere.
Ma funziona.
  1. Sforziamoci di essere piccoli

“Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” dice Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato.
Poi fa un gesto silenzioso: prende un bambino, lo pone nel mezzo e lo abbraccia.
Scriveva un Maestro spirituale, P. Caignon: “L’invidia é figlia della superbia: soffoca la madre e non ci sarà più la figlia”.
Il Beato Allamano precisa: “Io direi che é la nipote. La superbia produce la vanagloria, e la vanagloria produce l'invidia. Così la superbia sarebbe nonna dell'invidia. Ossia figlia seconda, comunque sia...Se vogliamo avere un vero amore del prossimo bisogna che vinciamo l'invidia, e specialmente abbattere la superbia” (Omelia del 25.04.1915).
L’invito a sforzarci di essere piccoli, a occupare l’ultimo posto, a sconfiggere con esercizi concreti e quotidiani la superbia é il terzo esercizio per vincere l’invidia.
“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3).

UNA PREGHIERA
Mi pare che risuonino profetiche, al termine di questa riflessione, le parole del Card. Martini a un gruppo di sacerdoti, durante gli esercizi spirituali predicati nel Giugno dell’anno scorso: Il vizio clericale per eccellenza? L'invidia. Ci fa dire "Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?". Ci sono persone logorate dall'invidia che dicono "Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?". E ancora: Devo dirlo perché sarà l'ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d'arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa (La Repubblica, 5 Giugno 2008).
Preghiamo perché la nostra vita e la vita della Chiesa siano purificate da questo brutto vizio, che si chiama invidia.
PREGHIERA CONTRO L’INVIDIA
Signore, troppo spesso
sono preoccupato a giudicare gli altri,
dimenticando di ringraziarti
per i doni che mi hai fatto.
Perdonami di voler somigliare agli altri,
dimenticando di essere me stesso,

di invidiare le loro qualità,
dimenticando di sviluppare le mie.
Perdonami di essere troppo preoccupato
dall'impressione che faccio,
dall'effetto che produco,
di quello che si pensa e si dice di me.
Donami la capacità
di riconoscere e apprezzare le mie qualità
e di accettare, allo stesso tempo, i miei limiti.
Donami il coraggio di offrirmi agli altri e a Te
per quello che sono
e non per quello che gli altri
vogliono che io sia.
Donami, infine, la capacità di accettare gli altri
senza soffrire per le loro qualità,
ma al contrario,
donando a loro tutto me stesso,
arricchendoli col mio amore.
AMEN.