Mutango

Sunday, October 18, 2009

18 ottobre 2009 XXIX Domenica per annum


PRIMO COMMENTO ALLE LETTURE
di Stefano e Teresa Cianfarani

Isaia si riferisce sì a Cristo, il Servo del Signore, ma anche ad ogni cristiano che cerca sinceramente di seguire Gesù.
Facciamoci guidare dai verbi utilizzati dal profeta.
Crescere: siamo chiamati a crescere nelle fede e nell’amore di Dio, con tutto il nostro impegno, giorno per giorno.
Offrire: offrire la vita in tutti i suoi ambiti, metterci al servizio di Dio e dei fratelli per cooperare con Cristo alla salvezza di coloro che la Provvidenza ci ha affidato. Questa è la nostra grande responsabilità. Questo potrà comportare incomprensione, ed anche disprezzo, spesso si disprezza ciò che non si comprende o di cui si ha paura.
Patire:  “conoscere il patire”, è una conoscenza che si basa sulla conoscenza di Cristo, quanto più approfondiamo l’intimità con Cristo e con la sua sofferenza, il suo stile, tanto più si affinerà la nostra comprensione del patire che non è un desiderio di sofferenza, ma un andare oltre la sofferenza, arrivare a trasformarla in offerta, cercando di imitare lo stile del Figlio di Dio. Anzi, poiché siamo già in Lui, uniti in solo corpo mistico, ogni nostra piccola o grande croce, ogni nostra piccola o grande mortificazione quando offerta per amore, è già incorporata nel mistero del corpo glorioso ed eterno di Cristo che per sempre si offre al Padre per strappare l’umanità al peccato e alla morte. Ogni Eucarestia diviene così comunione profonda con Cristo, incorporazione per condividerne la missione redentrice.
Vedere-vivere-saziarsi: non avere più appetiti, altri desideri. Saremo saziati dalla conoscenza profonda che sconfina nella incorporazione a Cristo.
Giustificare addossandosi l’ingiustizia nostra e altrui. Il cristiano è luce che deve illuminare anche chi e per chi è nelle tenebre. Anzi, dovremo essere ancora più luminosi quanto più fitte sono le tenebre che ci circondano. Lievito ancora più potente quanto più la pasta è di scarsa qualità. La nostra responsabilità è quella di incorporare in Cristo non solo noi stessi ma anche l’umanità che ci è stata affidata. Traghettare in Lui anche i lontani, fare da ponte, da via per unificare, per riconciliare gli uomini con Dio. Immersi nella confusione delle nostre città e dei cuori, senza altro segno distintivo che il cuore rinnovato e la speranza nell’amore di Dio.
Per questo arduo compito abbiamo bisogno di “ricevere misericordia e trovare grazia” come ci indica San Paolo. Questo è il momento essenziale, anzi è l’atteggiamento di vita essenziale per cooperare con Cristo. Riaccostarsi continuamente alla misericordia di Dio per trovare la grazia per vivere la nostra vocazione di cristiani.
Infine Gesù stesso, nel vangelo di Marco, presenta due caratteristiche che non sono eludibili da chi vuole essere suo discepolo. L’umiltà e il servizio. Si tratta di sperimentare lo stupore e la gioia di essere amati e salvati da Dio nonostante i nostri limiti, le nostre miserie, i nostri lati oscuri. Di scoprire di essere nonostante tutto figli suoi e, rigenerati da tanta gratuita generosità, mettersi al servizio dando la nostra vita, cioè il nostro tempo santificato, ai nostri mariti e alle nostre mogli, ai nostri figli, agli amici, ai colleghi, perché nessuno è escluso dal progetto di salvezza che continua in Cristo attraverso noi.


SECONDO COMMENTO ALLE LETTURE
di Marco Simeone

Maestro noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo
Sinistra e destra
Potete bere il calice/ricevere il battesimo?
Sdegno
Potere/servizio: dare la vita
Sommo sacerdote che ci sa compatire
Uomo dei dolori
Questa è la domenica in cui la lettera agli Ebrei ci dice che Gesù è il Sommo Sacerdote, il pontefice (cioè colui che costituisce il ponte tra l’uomo e Dio) e il vangelo ci riporta la richiesta di due discepoli di quelli big, Giovanni e Giacomo: “noi vogliamo che tu ci faccia ciò che ti chiediamo”.
Prima di entrare nel merito della richiesta è importante guardare l’atteggiamento del cuore che l’uomo ha davanti a Dio: “se Tu sei Dio e dici di volermi bene, devi fare ciò che io ti chiedo!”
Alzi la mano chi può dire di non averlo mai pensato…
Quando si parla di Gesù come sacerdote vero, efficace, definitivo, dobbiamo renderci conto che non lo possiamo capire finché non accettiamo di cambiare l’immagine che abbiamo di Dio. Le due domeniche precedenti il Vangelo di Marco ci ha messo davanti agli occhi le esigenze del discepolato: imparare ad amare con un cuore nuovo imparando da Dio un amore fedele e lasciare ogni ricchezza perché si è scoperto che solo Dio è ricchezza sufficiente. Ogni volta additando un bambino come modello di accoglienza del Regno dei cieli (che significa: accogli il Regno nelle piccole cose e accogli il Regno con l’apertura di cuore di un bambino).
Oggi è la prova del nove: “io voglio…”  il discepolo segue il maestro, non comanda al maestro (cf.  il “vade retro” che rivolge a Pietro..); perché il discepolo si fida del maestro, a cui può chiedere insegnamenti e delucidazioni, ma sa sempre che Gesù è più buono (ricorda il giovane ricco) di sé, che è l’unico che sa ciò di cui abbiamo bisogno, è l’unico che conosce il Padre e la strada per arrivarci: noi no!
Strano che tutto questo siano proprio i big a dimenticarlo, Marco ci dice che sono loro a fare la domanda mentre per Matteo addirittura è la madre a presentare la loro domanda… forse vuol dire che a volte noi che siamo i vicini, gli intimi, forse diamo per scontato di aver fatto dei passaggi nel nostro cuore che invece dobbiamo ancora fare, magari stanno lì ad aspettarci, dietro all’angolo del primo problema serio, del primo dolore vivo.
Gesù è il nostro sommo sacerdote non solo, e sottolineo solo, perché è Uomo e Dio; ma perché per poter essere ponte tra l’uomo e Dio deve essere collegato con l’uno e l’altro e “sapere” dell’uno e dell’altro: sapere di Dio vuol dire rendere presente in sé Dio con il proprio vivere, agire, parlare, respirare, ecc.; e questo Gesù l’ha fatto, direi lo è stato senza alcun dubbio. Ma è la sua umanità che è ancora più interessante: ha vissuto una vita del tutto simile a noi, gioie e dolori, affetti ricevuti e antipatie ostentateGli, ma ogni passo è stato vissuto facendo della propria umanità il luogo dell’accoglienza dello Spirito Santo (“l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito…”), della donazione incondizionata al Padre, il volersi nutrire solo della sua Parola; questa è l’umanità che a contatto con Dio viene riportata allo splendore iniziale e si apre all’amore di Dio. Il servire è il manifestarsi della novità dell’uomo che si scopre capace di amare veramente, cioè gratuitamente e in modo da vivificare il mondo attorno, capace addirittura di misericordia e di espiazione, cioè capace di diventare dono a favore degli altri e al posto degli altri.
Le nostre richieste svelano il nostro cuore e l’immagine che abbiamo di Dio: io voglio stare a destra o a sinistra… certamente i due discepoli avranno pensato che così potevano servire meglio il regno dei cieli, guarire più persone, o addirittura pensare che Gesù è tutto mio, tanto gli altri non ci capiscono nulla e non lo meritano, ecc. Fatto sta che Gesù non si scandalizza e cerca di guidarli: se vuoi essere il mio “numero due”, il mio “braccio destro” (che questo significa stare a destra o sinistra) devi diventare come me, cioè capace di bere il calice della Passione e ricevere il Battesimo della croce. Peggio che andare di notte: i due fanno una pessima figura, di calici ne beviamo tanti, uno in più… ma noi lettori sappiamo di cosa parla Gesù il calice è fare la volontà di Dio, cioè allargare il proprio cuore facendo diventare la propria volontà quella di Dio, allora si riceve il dono dell’amore del Padre per ogni uomo o donna della terra, allora si che possiamo ritenerci il braccio destro di Gesù perché faccio quello che farebbe Lui, perché non c’è altra gioia che la salvezza degli altri, ci si dimentica del proprio io per far posto a Qualcuno di immensamente più grande e ad un amore finalmente puro. È così distante questa prospettiva che la prima lettura profetizza che chi vuol vivere così non sarà capito da chi gli sta intorno ma vivrà una fertilità certa, genererà vita nuova, “giustificherà molti”.
Una caratteristica dell’amore di Dio è la misericordia sovrumana (settanta volte sette) che Gesù ci offre; chi è capace di stringersi a Cristo per trovare misericordia ha già fatto un bel passo avanti, perché vuol dire che conosce il volto vero di Dio.
Un’ultima parola sul servizio, spesso mi sono sentito chiedere che differenza c’è tra servizio e volontariato, che differenza c’è tra il bene fatto da un credente e da un ateo: è vero che il panino dato all’affamato è lo stesso, ma per chi crede in quel panino c’è un segno di un amore più grande che chi lo trova diventa il più ricco della terra; per chi non crede è un sollievo alla fame.
Pensiamo bene a quale altezza, a quale dignità Cristo ci chiama ogni giorno: essere veramente la sua presenza viva nel mondo.
Quante volte gli diciamo: “Signore vieni in questa situazione..” e se Lui ci rispondesse “guarda che io ho scelto te per aiutarmi proprio in quella situazione”, la risposta ci scandalizzerebbe o ci farebbe venire la pelle d’oca? Io penso che la mia giornata dipenda solo da questo, da come rispondo

Saturday, October 17, 2009

BENTO XVI IN ANGOLA, VISAO DA CEAST

200705101356paparatzinger2007.jpg (480×640)1.   Amados Irmãos e Irmãs:
Nós, vossos Bispos, reunidos em Assembleia Plenária , logo após a visita do Santo Padre Bento XVI a Angola, dirigimo-vos uma cordial saudação e a todos enviamos a nossa bênção como penhor das graças celestes.

1. VISITA DO SANTO PADRE BENTO XVI
2.   De 20 a 23 de Março, tivemos o Papa Bento XVI entre nós.
Por isso, nesta nossa Mensagem, desejamos dizer a Sua Santidade que nos visitou: “Santo Padre, muito obrigado! Obrigado por terdes vindo até nós! Obrigado pelos vossos gestos de carinho! Obrigado pelas vossas palavras de ânimo!”
De facto, Sua Santidade manifestou, por Angola em particular e pela África em geral, uma atenção singular e deixou-nos uma mensagem que perdurará muito tempo nos nossos corações. As suas primeiras palavras ao aterrar no aeroporto 4 de Fevereiro, em Luanda, manifestam bem o que acabamos de dizer: “piso o solo desta nobre e jovem Nação no âmbito duma visita pastoral, que, no meu espírito, tem por horizonte o continente africano. Saibam que no meu coração e oração, tenho presente a África em geral e o povo de Angola em particular”. E afirma, cheio de convicção: “uma missão comum nos está confiada: construirmos, juntos, uma sociedade mais livre, mais pacífica e mais solidária”. Ao mesmo tempo, manifesta a sua solicitude paternal, solidarizando-se com as vítimas das cheias do Kunene e apelando à reconstrução, com a ajuda de todos.

3.   No encontro havido com o Sr. Presidente da República, autoridades políticas e religiosas e membros do corpo diplomático, afirma:
Chegou o tempo da esperança para África! Armados de um coração íntegro, magnânimo e compassivo, podeis transformar este continente… guiando o vosso povo pela senda dos princípios de uma democracia civil moderna: o respeito e promoção dos direitos humanos, um governo transparente, uma magistratura independente, uma comunicação social livre, uma administração pública honesta, uma rede de escolas e de hospitais que funcionem de modo adequado, e a firme determinação de acabar de vez com a corrupção”.

4. Aos Bispos da Ceast, anuncia-lhes a criação da nova Diocese do Namibe e escolha do seu primeiro Bispo, na pessoa de D. Mateus Feliciano Tomás, e anima-os a que continuem a apostar na evangelização no terreno da cultura e valorizando os meios de comunicação social; que continuem a erguer a voz em defesa da sacralidade da vida humana e do valor da instituição matrimonial e a acompanhar de perto os sacerdotes, ajudando-os a viver o seu ministério presbiteral como verdadeiro caminho de santidade”.

5. Aos Bispos, presbíteros, consagrados/as, seminaristas, catequistas e demais agentes de pastoral, reunidos na solene Eucaristia na Igreja de São Paulo, onde também concelebraram os Bispos de IMBISA e outros, deixa o apelo a sermos uma Igreja cada vez mais missionária, colocando diante de nós o exemplo de São Paulo para quem foi fundamental o “seu encontro com Jesus, no caminho de Damasco”. E denuncia os perigos de crenças supersticiosas: “Hoje cabe-vos a vós, irmãos e irmãs, oferecer Cristo ressuscitado aos vossos compatriotas. Muitos deles vivem no temor dos espíritos, dos poderes nefastos de que se crêem ameaçados; desnorteados, chegam a condenar meninos e até os mais velhos, porque – dizem – são feiticeiros. Quem pode ir ter com eles para lhes anunciar que Cristo venceu a morte e todos estes poderes obscuros?”

6. No Estádio dos Coqueiros, lança aos jovens o desafio de optarem sempre por Cristo, sem medo de assumirem “decisões definidefinitivas, porque são as únicas que não destroem a liberdade”. Diz-lhes: “A vida só pode valer a pena se tiverdes a coragem da aventura, a confiança de que o Senhor nunca vos deixará sozinhos”.

7. Na grande concelebração eucarística, na Esplanada da Cimangola, na paróquia do Bom Pastor, Diocese de Caxito e onde se reuniu mais de um milhão de pessoas vindas das várias regiões de Angola, afirma que veio “a África proclamar uma mensagem de perdão, de esperança e de uma vida nova em Cristo”. E acrescenta:“Deus chama-nos a ser mensageiros do amor misericordioso no meio das nossas famílias e comunidades, na escola e no lugar do trabalho, em todo o sector da vida social e política. Que as paróquias se tornem comunidades onde a luz da verdade de Deus e a força do amor reconciliador de Cristo não sejam apenas celebradas, mas manifestadas em obras concretas de caridade”.

8. No encontro com os movimentos católicos para a promoção da mulher, na Igreja de Santo António, proclama que “a mulher é um outro «eu» na comum humanidade. Há que reconhecer, afirmar e defender a igual dignidade do homem e da mulher: ambos são pessoas. Ambos são chamados a viver em profunda comunhão. No entanto, o reconhecimento do papel público das mulheres não deve diminuir a função insubstituível que têm no interior da família. A presença materna no seio da família é tão importante para a estabilidade e o crescimento desta célula fundamental da sociedade, que deveria ser reconhecida, louvada e apoiada de todos os modos possíveis. E, pelo mesmo motivo, a sociedade deve chamar os maridos e pais às próprias responsabilidades para com a família.”

9. Na sua despedida de Angola, agradece o acolhimento recebido e insiste que optemos decisivamente pelo caminho da solidariedade, dando uma atenção especial aos mais necessitados. As suas últimas palavras ainda ecoam nos nossos ouvidos:“Irmãos e amigos de África, queridos angolanos, coragem! Não vos canseis de fazerprogredir a paz, cumprindo gestos de perdão e trabalhando pela reconciliação nacional, para que jamais prevaleça a violência sobre o diálogo, o medo e o desânimo sobre a confiança, o rancor sobre o amor fraterno.”

10. Foram momentos de profunda e sentida comunhão entre nós e com Aquele que, na terra, é o Vigário de Cristo. O Papa é, na verdade, o Vigário de Cristo porque sucessor do apóstolo Pedro a quem o Senhor disse: “Tu és Pedro e sobre esta pedra edificarei a minha Igreja” (Mt 16, 18) e ainda: “Apascenta as minhas ovelhas” (Jo. 21, 27). Pertence, por isso, à mais antiga tradição da Igreja católica, desde os Santos Padres, a famosa declaração: “Onde está Pedro, aí está a Igreja de Cristo”!

11. Foi, pois, irmãos e irmãs, com essa fé que recebemos entre nós o Papa e escutámos, de coração aberto, a sua palavra de Pai e de Pastor. Mas não basta termos ouvido, é preciso que todos nós ponhamos as suas palavras em prática: jovens e adultos, casados e solteiros, consagrados no sacerdócio ou vida religiosa. Todos e cada um no seu estado de vida ficámos confirmados na nossa fé em Cristo; na caridade que ama a Deus acima de tudo e os irmãos, sem distinção alguma; e na esperança, que não engana porque está fundamentada em promessas divinas. Resta‑nos formular o nosso bom propósito, confiados na graça do Senhor para o cumprirmos fiel e generosamente. Aceitemos sobretudo o desafio de continuarmos a trabalhar, com todas as nossas forças, para fazer de Angola um país de paz, reconciliado e onde a solidariedade seja cada vez mais vivida, animados com a certeza de que cada comportamento humano recto é esperança em acção” (Papa na Presidência da República).
Expressamos aqui o nosso público agradecimento às autoridades angolanas, nomeadamente ao Sr. Presidente da República, e a todos quantos estiveram envolvidos na preparação e concretização desta visita, pelo feliz êxito de tão significativo evento.

2. SÍNODO ESPECIAL PARA ÁFRICA

12. Outro acontecimento de grande relevo e de reconhecida importância para nós é o próximo Sínodo especial para África, convocado pelo Sumo Pontífice para se realizar, em Roma, no próximo mês de Outubro. Na sua visita a África, Bento XVI quis tornar público o Instrumentum Laboris desta magna Assembleia, pedindo que rezássemos por esta intenção e apelando a que “cada cristão deste grande continente experimente o toque salutar do amor misericordioso de Deus e a Igreja em África se torne «lugar de autêntica reconciliação para todos, graças ao testemunho dado por seus filhos e filhas»”. (Discurso na Esplanada da Cimangola)

Unimo-nos ao pedido do Santo Padre e solicitamos a todos que rezem pelo Sínodo. Auguramos também que os temas dos debates sinodais sobre justiça, reconciliação e paz em África, sejam objecto de estudo e de reflexão nas Dioceses, paróquias e movimentos de apostolado, segundo o programa elaborado por cada Diocese. Com efeito, somente desta forma participativa a todos os níveis, o Sínodo será verdadeiramente expressão viva da Igreja em África.


Em comunhão com toda a Igreja, rezemos:

Santa Maria, Mãe de Deus, Protectora de África,
tu oferecestes ao mundo a verdadeira Luz, Jesus Cristo.
Pela tua obediência ao Pai e pela graça do Espírito Santo
tu nos deste a fonte da nossa reconciliação e da nossa justiça,
Jesus Cristo, nossa paz e nossa alegria.

Mãe de ternura e sabedoria,
mostra-nos Jesus, teu Filho e Filho de Deus,
ilumina o nosso caminho de conversão
para que Jesus faça brilhar em nós a sua Glória
em todos os âmbitos da nossa vida pessoal, familiar e social.

Mãe cheia de Misericórdia e de Justiça,
pela tua docilidade ao Espírito Consolador,
concede-nos a graça de sermos testemunhas
do Senhor Ressuscitado,
para que sejamos cada vez mais sal da terra e luz do mundo.

Mãe do Perpétuo Socorro,
à tua intercessão materna confiamos a preparação
e os frutos do Segundo Sínodo para África.

“Rainha da Paz, rogai por nós!
Nossa senhora de África, rogai por nós!”


Luanda, 30 de Março de 2009

Os Bispos da CEAST


Sunday, October 04, 2009

La Solitudine


Un problema cruciale dell’uomo: la solitudine. Problema:
  1. Illuminato dalla profonda unità tra uomo e donna (cfr. 1ª lettura)
  2. Motivato dalla morte di Cristo (cfr. 2ª lettura)
  3. Sublimato dalla fedeltà al progetto primario di Dio (cfr. 3ª lettura).
Premessa: Cosa s’intende quando si parla di solitudine?
Risposta. Il concetto di solitudine si può intendere in diversi modi; i più comuni sono quelli di una:
  1. Solitudine imposta: questo genere di solitudine ha quasi sempre una tonalità negativa, nel senso che, può essere determinata da cause fisiche, (es. handicap vari), psicologiche ( es. ipocondria, depressione o solitudine a salice piangente), socio culturali, o politiche (es. povertà, emarginazioni varie ecc.).
La solitudine imposta, genera per lo più limitazioni nell’esercizio della propria libertà, con conseguente propensione alla depressione e spesso anche al suicidio.
Diceva bene il poeta latino Ovidio:< Tristis eris, si solus eris> .
  1. Solitudine liberamente scelta: questa è fondamentalmente positiva, in quanto favorisce:
  2. Un più spiccato bisogno di Dio e di valori interiori
  3. Un maggior desiderio di conoscere e migliorare se stesso
  4. Una necessità di preservare la propria identità e personalità, pur vivendo in una società caotica come la nostra.
Il cristiano a questo punto, possiamo definirlo:.
In tal senso ha ragione il cantante Gino Paolo con la sua canzone “Noi”, quando affida alle note musicali queste significative parole:
Noi: è la solitudine, che, se ne va
Noi: è la tristezza, che, diventa felicità
Noi: è essere insieme, anche quando si è soli>.

  1. La solitudine illuminata dalla profonda unità (metafisica) tra uomo e donna.
“ Non è bene, che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto, che gli sia simile … Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo …” (1ª lettura).
Con l’insegnamento della sua Parola, Gesù ripropone il progetto primario della creazione, secondo il quale il rapporto reciproco tra l’uomo e la donna, va vissuto, come quello che Dio ha realizzato con la stretta alleanza con il popolo eletto.
Perciò Gesù colloca il matrimonio sul piano della:
  1. Dignità della persona con il ritorno al progetto iniziale di Dio, fatto di comunione indissolubile
  2. Serietà dell’amore, che, nella morte di Cristo trova la sua forza e la sua motivazione
  3. Imitazione della fedeltà che Dio ha per l’uomo da Lui creato.
Riflessione. Il matrimonio così concepito, oggi trova purtroppo sulla sua strada, molti nemici:
  1. Sul piano del pensiero, tutte le filosofie immanenti, quelle cioè, che ritengono di poter fare a meno di Dio: secolarizzazione, laicismo, agnosticismo, ateismo ecc.
  2. Sul piano della vita pratica: tutte le espressioni di una cultura edonistica, erotica, permissiva ecc.
A queste visioni puramente orizzontali dell’esistenza umana, il cristianesimo cattolico, contrappone una visione trascendente, che trova la sua piena motivazione nella morte luminosa della Croce di Cristo:
Infatti:
  1. Ecco farsi avanti la solitudine motivata dalla morte vittoriosa di Cristo.
Scrive l’autore della lettera agli Ebrei “fratelli, quel Gesù, di poco inferiore agli Angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché Colui, che santifica e coloro, che sono santificati … non si vergogna di chiamarli fratelli” (2ª lettura).
In questo della Parola di Dio troviamo due riscontri di capitale importanza per la nostra vita di fede:
  1. Cristo Gesù ha provato la solitudine più drammatica in una morte atroce, come quella della Croce: “a vantaggio di tutti”, dice l’autore sacro.
  2. Tutti coloro, “che sono santificati dalla sua morte, Cristo Gesù – sono sempre parole dell’autore sacro – non si vergogna di chiamarli fratelli”. (2ª lettura).
Riflessione. Perciò chiunque possa soffrire di solitudine negativa, stando alle parole dell’autore sacro, nella solitudine luminosa della Croce di Cristo e nel silenzio salvifico della sua Risurrezione, può trovare tutte le risorse e le energie possibili per rendere feconda la sua situazione, anche se fosse la più disperata. In un contesto simile allora, possiamo condividere in pieno, quanto scriveva il romanziere russo Anton Cechov :< La vera felicità, è impossibile senza solitudine>, cioè senza sofferenza.
  1. La solitudine sublimata dalla fedeltà al progetto primario di Dio.
Di che progetto si tratta?
Risposta. Di quello semplicemente proclamato da Dio all’inizio della Creazione e ribadito con fermezza da Gesù stesso in quanto Dio; scrive infatti l’Evangelista Marco:< Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unità a sua moglie e i due saranno una sola carne …”
Dunque l’uomo, (qualunque istituzione, regime politico eserciti) non divida quel che Dio ha congiunto (3ª lettura).
In tal modo Dio intende ribadire al genere umano due verità imprescindibili:
  1. Egli è il Creatore dell’uomo e della donna: due persone diverse, ma destinate a completarsi totalmente in piena libertà e nel rispetto della reciproca dignità, perciò come scrive S. Paolo ai cristiani di filippica “ in mezzo ad una generazione perversa e degenere, risplendano come astri nel mondo” (Fil. 2,15).
  2. Egli è l’autore del matrimonio uno e indissolubile, perché questo rifletta, fino alla fine dei tempi, la sua fedele alleanza con il popolo eletto e con l’intera umanità.
Riflessione.  Nella mente di Dio, dunque, il matrimonio, sul piano della persona, oltre ad essere il miglior antidoto contro tutte le forme di solitudine negativa, sul piano sociale si dimostra, se ben vissuto, il rimedio più efficace per assicurarsi un equilibrio psicofisico e una convivenza fruttuosa, pacifica e gioiosa.
La stessa attrice Ava Gardner, intervistata sul tema del matrimonio ebbe a dire:<Se un matrimonio è ben riuscito, è una cosa divina; ma se va male, è orribile!>.
Purtroppo il matrimonio cristiano, così come lo intendono la Parola di Dio e la Chiesa, è insidiato in modo più o meno subdolo dalla morale laica. Questa, dal momento, che esclude ogni progetto trascendente voluto da Dio sul matrimonio, si affida unicamente ai capricci della persona e delle pubbliche istituzione; perciò dilagano: divorzio, aborto, eutanasia, libere unioni ecc.
Conseguenza, purtroppo non riconosciuta è che la morale laica è fatale, non solo per il benessere della persona, ma anche per la stessa società.
Infatti da dove scaturiscono oggi violenza, droga, criminalità, depressione, disintegrazione della famiglia e dei rapporti interpersonali e sociali, esasperato erotismo, libertà di coppia ecc?
Gli esperti “azzeccagarbugli” di moda azzardano risposte suadenti, di sapore psicologico, psicanalitico o sociologico. Ma questi tentativi non convincono troppo, per il semplice motivo, che le vere cause stanno più a monte, e nel trascurare queste, perché scomode, si dà fumo agli occhi curando solo gli effetti, in ogni campo.
Conclusione. Dunque solitudine: tarlo pericoloso se proiettato nella famiglia a conduzione laica, dove:< Ogni casa è un candelabro dove ardono le vite in appartate fiamme> (Jorge Louis Borges, da “Poesie” 1929).
Al contrario della famiglia a orientamento cristiano:<I cui membri, con le loro storie, sono come fiamme che riscaldano il gelo di molte solitudini” (Card. Gianfranco Ravasi biblista).




a cura di Remo Bonola - Eduard Patrascu